sabato 14 maggio 2011

IL SOTTILE FASCINO DEL PECCATO


IL SOTTILE FASCINO DEL PECCATO – Italia 2011, di Franco Salvia con Michela Miconi, Carmen Trigiante, Danny Quinn, Nino Castelnuovo

Trenta o quaranta anni fa, se in Italia a qualcuno veniva l'idea di girare un film di genere, e nello specifico un thriller con venature paranormali/sataniche, il risultato erano prodotti come L'anticristo di Alberto De Martino o Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, giusto per fare due esempi piuttosto noti. Film, attenzione, girati con pochi soldi, ma con professionalità, arte di arrangiarsi, e idee. Non arriverò a dire che avevano delle sceneggiature perfette, ma funzionavano, perchè i registi sapevano come utilizzare il linguaggio cinematografico per costruire la tensione, perchè i direttori della fotografia sapevano come inquadrare e illuminare le scene; (e non è una cosa per cui sono necessari chissà quali fondi: Kubrick ha dimostrato che si può girare un capolavoro anche solo con la luce naturale...) perchè chi faceva il montaggio aveva sentito dire che il modo in cui una storia viene raccontata sullo schermo dipende da come il girato viene montato, che in effetti il cinema è montaggio.

Oggi, nel 2011, si producono cose come l'ineffabile Notizie degli scavi, incredibile perla di umorismo involontario che in effetti meriterebbe una recensione tutta sua, e questo Il sottile fascino del peccato, un film che comincia allegramente a fare schifo a partire dalla locandina.

Guardatela: il mio glorioso Amiga 600 con Deluxe Paint 4 si sarebbe vergognato di partorire una simile immagine, che peraltro è stata il principale motivo per cui ho deciso di vedere questo “thriller esoterico” come lo definisce il regista: non sono stato deluso.

Le risate iniziano da subito: il livello della recitazione è talmente basso da risultare esilarante, in particolare la protagonista si esibisce in una serie di smorfiette e movimenti scattosi per rappresentare gli stati d'animo del suo personaggio, chiaramente modellato su quello di Sharon Stone in Basic Instinct, ma interpretato da un cesso (dotato però di un'invidiabile collezione di completini intimi provocanti).

Una volta abituati alla pazzesca qualità delle riprese, in alcuni casi palesemente effettuate con un telefonino, in altre è stata clamorosamente cannata l'esposizione, viene calata la maschera: l'intero film è in realtà un gigantesco spot pubblicitario per la città di Alberobello.

Ne Il sottile fascino del peccato, TUTTI i personaggi vivono o lavorano all'interno di un trullo. La stazione di polizia è ubicata all'interno di un trullo. I negozi, i ristoranti? Trulli. Peccato che non ci siano scene ambientate in uno stadio o in un aeroporto, perchè non dubito che sarebbero stati a forma di trullo. Le insegne dei bar e dei ristoranti di Alberobello vengono continuamente e lungamente inquadrate: anzi, i migliori bar e ristoranti, ci spiega il fratello di Michele Placido dopo una lauta cena presumibilmente offerta dalla Pro Loco. I messaggi pubblicitari spudorati proseguono con uno dei migliori product placement che mi sia mai capitato di vedere: nonostante il film sia stato con tutta evidenza girato in estate, e le comparse girino tranquillamente in calzoni corti e maniche di camicia, in OGNI stanza c'è un camino acceso, e la diavolina per accendere il fuoco viene strategicamente inquadrata OGNI volta.

Dato che la storia narra di pericolosissime sette sataniche (con tanto di adepti incappucciati in processione con torce da giardino da 75 centesimi al Brico in dotazione, e riti orgiastici presi di peso da La croce dalla 7 pietre) un annuncio si premura di avvertire il potenziale pubblico che comunque in realtà ad Alberobello non è che sia tutto un fiorire di figli di Satana, quindi, turisti, venite pure tranquilli.

Il tempo di vedere il vecchio prete travestirsi da Max Von Sydow nell'Esorcista e godersi una prestestuosissima esibizione di taranta o qualche altro simile ballo folkloristico pugliese, e il film con qualche incredibile colpo di scena, finisce, lasciando in noi una fortissima voglia di andare in vacanza.

Alle Maldive, o in Thailandia.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO *

giovedì 3 marzo 2011

Ladri di cadaveri

LADRI DI CADAVERI – Burke & Hare – GB 2010, di John Landis con Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher, Tom Wilkinson, Tim Curry, Jessica Hynes, Ronnie Corbett

John Landis non è più quello di una volta, e questo ormai si sa. Però la speranza che possa ancora tirare fuori dal cappello non dico un capolavoro, ma un onesto prodotto di intrattenimento, c'è.

Ladri di cadaveri, ritorno di Landis alla regia cinematografica dopo l'inguardabile Blues Brothers 2000 e liberamente ispirato a una storia vera, partiva con delle premesse che personalmente ritenevo degne di nota, a partire dal cast molto interessante, composto da Simon Pegg e Andy Serkis, Tom Wilkinson e una deliziosa (anche se dalle doti recitative non certo sconvolgenti) Isla Fisher. E poi Tim Curry, e camei di Christopher Lee, Jenny Agutter, Ray Harryhausen... Un bel gruppo di attori alle prese con una commedia nera ambientata nell'Edimburgo del 1828.

I protagonisti, Burke e Hare, sono due amici che per sbarcare il lunario iniziano un fruttuoso commercio di cadaveri ad uso della prestigiosa Facoltà di medicina e del suo ambizioso rettore: ovviamente ben presto i due capiranno che è conveniente e talvolta necessario dare un aiutino ai cadaveri a divenire tali...

Sorvolando sui ricordi che questo film ha riportato a galla nella mia mente, quando il mio nano a Martelli da guerra esercitava la stessa onorevole professione dei due compari del film, devo dire che quest'ultimo lavoro di Landis mi ha un poco sorpreso: da un lato, considerato il budget non elevato a disposizione della produzione, ho potuto apprezzare delle ottime scenografie e una fotografia che riesce a sembrare sempre concreta e reale nonostante l'inevitabile uso di qualche effetto digitale per far tornare indietro di un paio di secoli la città di Edimburgo.

Dall'altro lato, un ultimo atto in cui il tono del film, finale compreso, si fa più serio, forse troppo. In mezzo a questi aspetti, c'è un prodotto cinematografico che veramente si può definire “medio”: abbastanza divertente ma senza esagerare, con una durata adeguata per il suo genere (i canonici 90 minuti) e che si fa guardare fino alla fine senza annoiare. Certo, non è Un lupo mannaro americano a Londra; ma sono un uomo che si sa accontentare.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO ***

lunedì 24 gennaio 2011

Alien vs Predator 2

ALIEN VS PREDATOR 2 – Alien vs Predator: Requiem – USA 2007, di Greg e Colin Strause con Reiko Aylesworth, Steven Pasquale, John Ortiz, Johnny Lewis, David


Ho rimandato la visione di questo film per anni. Facevo benissimo.

Il primo Alien era (ed è) un indiscutibile capolavoro. Il secondo prendeva saggiamente direzioni narrative e stilistiche opposte, ed è anch'esso un indiscutibile capolavoro. Il terzo ha avuto una gestazione lunga e complicata, e rimase scottato dal confronto con due predecessori così ingombranti, ma nonostante tutto è un film ricco di spunti affascinanti e di grande raffinatezza estetica. Il quarto è un'irritante pagliacciata, perenne monito di come a Joss Whedon andrebbero amputate le mani prima che possa scrivere qualunque altra cosa, fosse anche la lista della spesa, e che un regista francese non dovrebbe MAI dirigere un film ad alto budget. Ma comunque, un prodotto con le sue ambizioni.

Dall'altra parte abbiamo Predator - action movie di tutto rispetto in cui Schwartzenegger è alle prese con un alieno incredibilmente più grosso e più forzuto di lui - e suo seguito, ingiustamente dimenticato e sottovalutato, ma solidissimo thriller fantascientifico, violento, dal ritmo serrato, e con un granitico Danny Glover.

Ora, io mi chiedo, e non è una domanda retorica, COME sia possibile, avendo stabilito di unire le due serie producendo nuove pellicole senza grosse pretese a base di azione, mostri ed effetti speciali, realizzare qualcosa di inguardabile. Gli elementi di partenza sono tali che basterebbe uno script di due righe seguito da un'ora di mostri che si prendono a pizze in faccia per avere tanti spettatori soddisfatti. I numerosi videogiochi ce la facevano, spaziando dal fichissimo (il gioco da sala e quello per PC del '99) al gradevole (quello più recente). Il primo AVP bene o male ce la faceva: certo, la presenza di Raoul Bova era estraniante, ma il film si lasciava guardare.

AVP2 è inqualificabile. Si potrebbe chiudere un occhio sulla sceneggiatura completamente senza senso, o sui personaggi privi di qualunque attrattiva sullo spettatore , se almeno le sequenze action fossero di qualità. E forse lo sarebbero pure, se ci fosse concessa la grazia di vederle, queste sequenze.

Per qualche imperscrutabile motivo la fotografia è talmente scura che per il 90% della durata del film è impossibile capire cosa sta accadendo nel buio, e Alien vs Predator 2 diventa di fatto il più costoso dramma radiofonico mai realizzato.

Il suo unico pregio (oltre alla durata, fortunatamente inferiore all'ora e mezza) è quello di introdurre un nuovo mostro – il Predalien – un tantino più interessante del patetico Newborn di Alien: la clonazione, ma è decisamente troppo poco per salvare il film dalla catastrofe.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO **

venerdì 19 novembre 2010

Buried


BURIED - Spagna 2010, di Rodrigo Cortès con Ryan Reynolds, Robert Paterson, Josè Luis Garcia Pèrez

Se foste stati chiusi in una cassa e sepolti due metri sottoterra dai guerriglieri irakeni che sperano di ricavare un po' di contante dal vostro riscatto, con l'aria che si fa sempre più consumata, e l'unico strumento da cui può dipendere la vostra salvezza è un cellulare pericolosamente a corto di batteria, quale sarebbe la vostra prima mossa?
Paul Conroy, il protagonista di Buried, non ha dubbi: chiamare la casa di riposo in cui vive la madre, malata di Alzheimer che neanche lo riconosce, e perdersi in chiacchere sulle partite a ramino che la donna è convinta di giocare ogni sera col marito morto, è senz'altro un'ottima idea.
A sua discolpa bisogna ammettere che nessuna delle altre persone che cercherà di chiamare, dall'FBI al Dipartimento di Stato, al capo del nucleo operazioni speciali dell'esercito, sembrerà essere molto più sveglio della povera vecchina demente, nè più utile per la sua liberazione.
Lo stesso protagonista del resto non è certo un fulmine di guerra: in nove mesi di lavoro come contractor in Iraq è riuscito a mettere da parte solo 700 dollari, e si lamenta della pericolosità del suo lavoro, perchè "non credeva che fosse così": forse avrebbe fatto meglio ad informarsi, prima di partire...
Amenità a parte, Buried è un film sicuramente interessante, e molto furbo. Più furbo che interessante a dire il vero.
Un solo attore, niente scenografie, niente colonna sonora, e il risultato è una bella ambientazione claustrofobica a costo zero. Pare che una certa efficacia questo film ce l'abbia, dato che molte persone si sono dette disturbate, o addirittura scioccate dalla visione: forse per chi soffre di claustrofobia può effettivamente essere un'esperienza pesante...ma per tutti gli altri non credo che ci possano essere particolari problemi, penso che si possa affermare che Buried è un prodotto adatto a (quasi) tutti i tipi di pubblico, non un film "di paura", ma un thriller che fa della suspance il suo punto di forza fino al crescendo finale. Ryan Reynolds ce la mette tutta per trasmettere la giusta ansia allo spettatore, la direzione della fotografia fa i salti mortali per cercare di diversificare un po' le scene con qualche sotterfugio, e il montaggio riesce ad essere abbastanza serrato e sobrio. Tutti questi elementi rendono Buried un film gradevole, anche se non riesce ad elevarsi dalla massa di prodotti medi.
Probabilmente la visione sarà più divertente se avete accanto un amico claustrofobico da tormentare.
IL GIUDIZIO DEL CRITICO ***

lunedì 15 novembre 2010

Troll 2

TROLL 2 - USA 1990, di Claudio Fragasso con Michael Stephenson, Connie McFarland, George Hardy, Margo Prey

Qual'è la caratteristica più importante che deve avere un film per poter diventare un grande film? La recitazione di alto livello? No. La sceneggiatura originale ed efficace? Neanche. La presenza di belle figliole poco o per nulla vestite? Fuochino, ma no.Ciò che trasforma un prodotto anonimo in un cult movie è il suo messaggio. Pensateci, i grandi film si fanno sempre portatori di un messaggio importante. Quello di Pulp Fiction è che in Olanda puoi andare al cinema e prenderti una birra, non in un bicchiere di plastica, ma proprio un boccale di birra; Ghostbusters ci insegna a diffidare degli ambientalisti. Ancora, chi ha visto Shaun of the dead sa che durante un'invasione di zombie è consigliato rifugiarsi in un luogo dove potersi ristorare con una buona pinta di Guinness e dei salatini al maiale in attesa dei soccorsi.Qual'è dunque il messaggio che ci vuole trasmettere Troll 2? Semplicemente ciò che ho sempre sostenuto, cioè che i vegetariani sono dei mostri disumani ed estremamente pericolosi, e che anche le situazioni più critiche possono essere risolte da un bel panino con doppia mortadella e salsiccia (sic).

Lo impareranno a proprie spese i componenti della famiglia Waits che, giunti in uno sperduto villaggio per una vacanza a contatto con la natura, divengono bersaglio dei mostruosi folletti vegani. Il loro piano è di un'astuzia senza pari: chiunque mangi il loro verdissimo cibo si trasforma in una pianta diventando così cibo a sua volta.Come in ogni film post-shining che si rispetti le sorti della famiglia sono nelle mani del figlio più piccolo, coadiuvato da nonno Seth, una specie di Orson Welles dei poveri, morto da sei mesi ma ancora in grado di palesarsi in spirito anche se con ben poca efficacia, e talvolta sbagliando clamorosamente il luogo di apparizione.

La messa in scena è sufficientemente becera da causare grande ilarità, la verve citazionistica di alcune sequenze farebbe impallidire lo stesso Tarantino (vediamo inquadrati in primo piano poster di Tom Cruise, Johnny Depp e il Batman di Tim Burton) e le scene madre si susseguono senza lasciarci un attimo di respiro, tra dark ladies direttamente da Stonehenge, violenti sermoni contro l'uso della carne e stuntman in fiamme con guantoni d'amianto in bella vista, lasciandoci, una volta giunti ai titoli di coda, con il forte dubbio che questo film sia stato finanziato da qualche produttore di insaccati. Ciliegina sulla torta, i costumi sono della divina Laura Gemser. Innumerevoli sono dunque i motivi per tuffarsi nella visione di Troll 2, magari mentre si addenta un doppio Whopper.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO *

PS - A recensione pubblicata, scopro facendo una ricerca sugli attori, che Connie McFarland, la tonicissima e purtroppo sempre vestita protagonista femminile del film si chiama in realtà Connie Young e ha recitato pure nel già trattato Ice Spiders! evidentemente il trash scorre potente in lei...

martedì 1 giugno 2010

The Human Centipede

THE HUMAN CENTIPEDE (First Sequence) – Olanda/Inghilterra 2009, di Tom Six con Akihiro Kitamura, Dieter Laser, Andreas Leupold, Ashley C. Williams, Ashlynn Yennie

Una volta, John Ford disse che le tre cose migliori da mettere in un film sono una montagna, una coppia che balla e un cavallo al galoppo. Oggi, a distanza di tanti anni dalla morte del regista di Sentieri selvaggi e Com’era verde la mia valle, non credo di fare un torto alla sua memoria se mi permetto di apportare una piccola aggiunta alla sua lista. A mio avviso, le cose migliori che si possono mettere in un film sono una montagna, una coppia che balla, un cavallo al galoppo e un millepiedi umano composto da tre malcapitati le cui bocche sono chirurgicamente attaccate all’ano del compagno davanti.

Mi sono sforzato, ma non sono riuscito a farmi venire in mente un’invenzione, o scoperta, negli ultimi secoli, che possa stare alla pari dell’idea alla base di questo film, penso che sarebbe necessario tornare indietro di svariati millenni a quel genio che si è inventato la religione, trovando così un modo per farsi mantenere gratis senza fare niente di utile in cambio.

Personalmente, non ho dubbi: sebbene immagini che molte persone potrebbero trovare disgustoso, rivoltante, o anche semplicemente stupido questo film, sono anche consapevole che gli amanti della spazzatura su celluloide come me non possono non trovare l’idea che ne sta alla base incredibilmente luminosa. Perché sì, di pazzi maniaci torturatori e assassini ne abbiamo visti a carriolate in migliaia di altri film, ma nessuno di essi, per quanto perverso, aveva mai avuto una trovata così divertente. L’uovo di Colombo! Un film con gente costretta a stare con la faccia tra le chiappe degli altri per tutto il tempo, e quando mangiano poi…

D’accordo, avete capito quanto sono stato entusiasta del soggetto. Ma poi, arrivato sullo schermo, The Human Centipede riesce a funzionare o si rivela una bruciante delusione?

Devo ammettere che si tratta di una domanda difficile, ma una cosa posso dirla: anche se lascia un leggero amaro in bocca soprattutto a causa di una parte finale forzata e non molto efficace, le risate grasse non sono mancate, anzi, hanno decisamente abbondato.

Merito del villain monumentale, interpretato da Dieter Laser, un ex chirurgo di grido con un’incredibile faccia da pazzo, misantropo e soggetto a scatti d’ira, ma con un certo gusto; la sua Mercedes è nuova e sempre lucidata a dovere, la sua casa in mezzo a un bosco in Germania è grande, luminosa e molto bella, con tanto di piscina coperta; e non si vede mai un granello di polvere. In mezzo al suo prato, perfettamente rasato, una lapide commemora la scomparsa del suo “amato tri-cane”, ovvero il primo esperimento dell'incompreso dottore che, prima di cominciare a rapire esseri umani, si era esercitato sui suoi tre Rottweiler, di cui tiene le foto sul comodino. Che tenero!

Fotografia, regia, inerpretazioni? Inutile parlarne. Certo, il fatto che i due poliziotti siano interpretati da attori che sembrano dei camionisti in pensione, si nota, come si notano molti altri difetti di questo film, che pare sia destinato ad essere il primo di una serie. Ma tra le risate che vi strapperà, se avete il palato giusto, non ci farete caso.

Un film d’obbligo per chi ama il trash, uno spasso per chiunque abbia il senso dell’umorismo, una schifezza per i moralisti o i poveri di spirito (e molto spesso la cosa va di pari passo). Questo è The Human Centipede, prendere o lasciare. Io prendo.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO *

PS – La versione visionata è quella in lingua originale, al momento non so se sia prevista l’uscita del film nel nostro paese.

PPS – Grazie al viral marketing, potete divertirvi a interpretare il folle scienziato in un flashgame dallo stile molto anni 80. eccolo qui http://www.screenweek.it/link/42397

lunedì 17 maggio 2010

Buried Alive

BURIED ALIVE – SEPOLTI VIVI - USA 2007, di Robert Kurtzman con Leah Rachel, Erin Lokitz, Tobin Bell


Tafofobia, ovvero la paura di essere sepolti vivi. Una paura atavica, che ha ispirato alcune meravigliose pagine di letteratura, prime fra tutte quelle di Edgar Allan Poe, che ne era affetto. Come dimenticare La sepoltura prematura, nel quale ci vengono esposti casi raccapriccianti di questo tipo, fino a giungere ad un crescendo di tensione previsto, obbligato, ma proprio per questo ancor più intollerabile? Per non parlare de La caduta della casa degli Usher, opera straordinaria con cui lo scrittore di Boston getta le basi per la letteratura horror moderna grazie ad un racconto cupo, opprimente, dalla grande potenza narrativa, che se dopo 170 anni dalla sua pubblicazione può apparire un po’ banale è solo a causa dell’incredibile numero di opere che ha ispirato.

I sepolti vivi, dicevamo; argomento potenzialmente interessante anche sullo schermo, dunque, e qui ci viene in aiuto, tanto per fare un facile esempio, Quentin Tarantino, che ha dedicato la sua consueta abilità anche ad alcune efficaci scene sottoterra…

Dalla lunga premessa che ho fatto mi pare più che evidente che di tutte queste cose in questo ennesimo, inutile filmetto non ve n’è la minima traccia.

Un culo, signori. L’unica cosa degna di un filo di interesse in questo film è un culo, un paio di chiappette belle ma non bellissime; tutto il resto, per dirla come il Califfo, è noia, nonostante la durata ragionevole. E’ sconcertante vedere come un classico slasher da girare col pilota automatico possa riuscire a risultare così terribilmente inconsistente pur contenendo elementi non privi di potenziale, seppure non esattamente originali. Il gruppo di ragazzi, una casa in mezzo al deserto, situazioni vagamente erotiche, il fantasma di una donna indiana sepolta viva straordinariamente simile alla pazza lancia-gatti dei Simpson, un vecchio cercatore d’oro pervertito – interpretato dall’enigmista della serie Saw – intento a scavare in cantina…

Va da sé, nessuno si aspetta particolari guizzi da queste premesse, ma un’ora e mezza scarsa di blando intrattenimento con qualche buona uccisione, un’atmosfera efficace e il contorno di qualche fanciulla poco vestita, questo sarebbe lecito aspettarselo. Come ho detto, un film così ormai si dovrebbe scrivere da solo.

E invece, nulla. Al di là di una fotografia pulita ed essenziale che, soprattutto nelle scene di giorno, funziona senza essere pacchiana (cosa che accade a quasi tutti i prodotti di questo tipo) anche se con l’uso un po’ eccessivo del grandangolo, non si salva nulla. Incredibili, nel vero senso della parola, i set. L’inquietante magione maledetta è in realtà una villa molto bella, spaziosa e ben arredata (probabilmente di proprietà di qualche produttore), e non si capisce affatto perché i protagonisti la trovino inquietante, lo stesso dicasi dello scantinato, pieno di cianfrusaglie normalissime, e anche parecchio luminoso. Da brividi.

Dulcis in fundo, il doppiaggio italiano è terrificante: le orecchie degli spettatori dovranno sorbirsi, oltre alle fastidiose vocette petulanti delle ragazze, il protagonista Zack (il figo della situazione con un serio problema di calvizie già a 20 anni) che improvvisa una canzone accompagnandosi con la chitarra, peccato che il doppiatore sia stonato e che il testo sia stato tradotto alla lettera senza l’ombra di una rima o di metrica: imbarazzante.

Buried Alive: ovvero la sorte che auguro ai realizzatori di questo film.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO **

lunedì 10 maggio 2010

Ice Spiders


ICE SPIDERS – TERRORE SULLA NEVE – USA 2007, DI Tibor Takàcs con Patrick Muldoon, Vanessa Williams, Thomas Calabro, David Milbern


Avete presente quei dadi con le posizioni sessuali e i luoghi, classico regalo stupido per compleanni e occasioni simili, che dovrebbe servire per incredibili giochi piccanti con il proprio partner?

Ecco, mi sono venuti in mente mentre guardavo questo film. Ho avuto come un’illuminazione. In un cassetto, negli uffici dei produttori di horror a basso costo (e di questo tipo di prodotti, che siano di origine televisiva come in questo caso o meno, sembra che ci sia sempre richiesta), riposano, gelosamente custoditi dai propri padroni, dei dadi analoghi a quelli sopra descritti, ma con su scritti i nomi di specie animali e di situazioni. Chessò, armadilli, suricati, cinghiali da una parte, e ristorante messicano piuttosto che fabbrica di basi per torta dall’altra.

In momenti di carenza d’idee (cioè praticamente sempre), il geniale produttore può uscire dall’empasse con un semplice lancio di dadi e ottenere una combinazione vincente da applicare al solito canovaccio trito e ritrito di sceneggiatura.

Solo in questo modo, a mio avviso, un essere umano può aver concepito l’idea di girare un film di ragni giganti fosforescenti che scorazzano sulla neve – senza lasciare alcun tipo di impronta, oltretutto – a caccia di ignari sciatori. Per dare ulteriore originalità e plausibilità al tutto, i simpatici artropodi sono fuggiti dal solito laboratorio segreto dell’esercito e, dopo aver fatto scempio di due poveri ciccioni che avevano avuto la bella idea di andare a caccia di cervi con arco e frecce, si dirigono verso un albergo pieno di sciatori, che l’occhio attento di una mia compagna di visione suggerisce essere lo stesso dov’è stato girato pure Ski College, altro film di sconvolgente bruttezza; forse il feng shui funziona davvero, e su quel luogo deve scorrere energia molto negativa…

E’ piuttosto buffo notare che per risparmiare quattrini le riprese sono state evidentemente state effettuate in bassa stagione, data la pochissima neve sulle piste, cosparse da rocce, cespugli e altri ostacoli potenzialmente letali per uno sciatore.

Penso che si sia capito, i livelli di cialtronaggine di questa produzione sono belli alti: segnalo tra le altre cose la figa della situazione, interpretata da un’attrice che, oltre a indossare la più brutta giacca a vento a memoria d’uomo, è palesemente incinta; il gruppo di soldati, vestiti con qualche capo militare scompagnato e rigorosamente in maniche corte nella neve; gli stupefacenti effetti di un cannone spara-neve, che fa più danni di un obice da 155; i sopravvissuti che si chiudono nell’albergo facendo barricate su porte che si aprono verso l’esterno; la solita, tristissima computer grafica di pessima qualità: particolarmente brutta l’animazione dei ragni quando corrono, in pratica invece di allungare la falcata, procedono a passettini cortissimi ma super veloci con un effetto ridicolo.

Come è ormai prassi comune, il doppiaggio italiano fa di tutto per cercare di peggiorare ciò che già in partenza aveva pochi margini di peggioramento: i dialoghi (esempio: “presto, correte! I mostri stanno uccidendo tutti!”).

Nel complesso ho trovato molto difficile decidere se Ice Spiders meriti l’onore della singola stella o debba sprofondare nella palude dei film inutili da due stelle, ma alla fine ho deciso di premiare la folle idea di partenza. Non è tra i film brutti migliori in assoluto, ma l’appassionato di aborti cinematografici troverà pane per i suoi denti.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO *

sabato 27 marzo 2010

Blood Monkey - Scimmie Assassine


BLOOD MONKEY – SCIMMIE ASSASSINE – USA 2007, di Robert Young con F. Murray Abraham, Matthew Ryan, Sebastian Armesto, Matt Reeves


E’ importante, per un artista, spingersi oltre. Fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto, o quantomeno fare di più. Segnare un record che costringa il pubblico e i colleghi a rivedere le loro idee su ciò che può e non può essere fatto. Ecco, Blood Monkey segna un importante record nella storia della cinematografia: credo che sia in assoluto il film in cui le creature intorno a cui ruota tutta la storia si vedono di meno. Le scimmie assassine sono sullo schermo per al massimo dieci secondi in tutto il film, quasi tutti concentrati nell’ultima scena. Ricordo un vecchio peplum con Alberto Lupo in cui Teseo incontrava il Minotauro a trenta secondi dalla fine, ma qui si è andati oltre, e il problema è che ciò che ci viene propinato, invece dell’orgia di primati urlanti e assetati di sangue a cui era lecito aspirare, è privo di qualunque interesse. Al malcapitato spettatore toccherà assistere all’ennesima riproposizione del gruppo di ragazzotti, in questo caso studenti universitari, che si reca nella giungla per aiutare un famoso professore nella sua misteriosa ricerca. Il livello della produzione si capisce già guardando gli attori scelti per questi ruoli: quello che dovrebbe essere il bullo sportivo e muscoloso ha un fisico da pensionato, si autodefinisce “un genio dell’antropologia” ed è in buoni rapporti col secchione, cosa che dimostra come non sia entrato nella parte…

Ovviamente il famoso professor Hamilton, una specie di Fidel Castro dei poveri interpretato da un F. Murray Abraham che dopo il Siniscalco Barozzi di Barbarossa ci regala un’altra interpretazione altamente emetica, è un pazzo scatenato che non esiterà a usare i ragazzi come esca per cercare di catturare qualcuna di queste super-scimmie che dice di aver scoperto ma nessuno ha mai visto, spettatori compresi. I giovani non possono fare nulla per opporsi al suo volere se non vogliono incorrere nei calcioni di Chen, la graziosa cinesina di cui il perfido vecchiaccio si avvale come guida, guardia del corpo e forse anche come trastullo sessuale, o almeno così sospettano loro.

In effetti la ragazza pare divertirsi un mondo a prendere a poderose pedate uomini e cose anche senza motivo, e come se ciò non bastasse, è armata di una temibile “pistola”, come verrà chiamata per tutto il film. In realtà si tratta di un Kalashnikov (anzi, per essere precisi di un Norinco Tipo 56, la copia cinese del Kalashnikov) ma pare che chi ha curato il doppiaggio non sappia tradurre la parola inglese “gun”…

Com’è inevitabile, saranno tutti sterminati dalle scimmie (dotate anche di una curiosa visuale alla Predator), ma il tutto in un modo particolarmente noioso. Non ci sarebbe nessun motivo al mondo per consigliare la visione di questa pellicola a chicchessia, se non fosse per un’allucinante, delirante scena in cui i gorilloni si esibiscono, tenendosi fuori dall’inquadratura, naturalmente, nella più incredibile minzione mai vista in un film, una cosa degna del leggendario rutto di Fantozzi al Casinò.

Mentre le immagini di questa scena scorrevano sulle mie retine rimanendovi indelebilmente impresse, ho avuto la tentazione di insignire questo filmone dell’onore della singola stelletta. Con un po’ di azione (e di scimmie!) in più, l’avrebbe senz’altro meritata, ma così com’è Blood Monkey non ce la fa a distinguersi in mezzo a un numero infinito di filmetti senza attrattive.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO **

sabato 13 marzo 2010

Shutter Island


SHUTTER ISLAND – USA 2010, di Martin Scorsese con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Max Von Sydow, Michelle Williams


Ci sono persone che considerano Martin Scorsese il più grande regista vivente, e c’è del vero in questa affermazione. Ce ne sono altre per cui i suoi ultimi film non sono lontanamente all’altezza della sua fama, e devo ammettere che anch’essi hanno la loro parte di ragione.

Sia come sia, non mi pare giusto mettersi a fare confronti; ogni film merita un giudizio a sé, e darne uno a Shutter Island è abbastanza difficile. Un mio amico lo ha definito “un coito interrotto troppo presto” e mi pare una definizione molto calzante. In effetti la prima parte del film è eccellente: l’arrivo degli agenti federali ottimamente interpretati da Leonardo Di Caprio e Mark Ruffalo sull’isola che ospita il manicomio criminale, L’inizio delle loro indagini su una prigioniera scomparsa…Siamo a metà tra Hitchock e Twin Peaks, la messa in scena è di grande livello grazie anche alle splendide scenografie del solito Dante Ferretti e la cosa funziona molto bene, finchè non si comincia, poco prima dell’intervallo, a capire molto, troppo bene, dove si vuole andare a parare….

Da convinto oppositore degli spoiler nelle recensioni dei film, devo quindi evitare ogni considerazione sulla trama; sarei curioso di leggere il romanzo o la graphic novel da cui è tratta la sceneggiatura per capire se in effetti la colpa per la sua, se vogliamo, banalità stia alla fonte o meno. Nel frattempo, ci si può consolare con un ottimo cast e il montaggio come sempre impeccabile di Thelma Shoonmaker, montatrice storica di Scorsese. E’ sufficiente per fare un grande film? Decisamente no, ma penso che basti per fare un buon film, cosa di cui c’è un bisogno disperato, basti una veloce occhiata alla programmazione delle altre sale del cinema per rendersene conto. Tra patetiche idiozie tipo The Wolfman, commedie italiane per cui la fucilazione degli autori peccherebbe di troppa clemenza, l’orrido Alice in wonderland (conferma definitiva di come Tim Burton si sia preso la malattia di George Lucas)e i soliti, ennesimi culattoni di Ozpetek, il quadro è quanto mai desolante, e il film di Scorsese ne esce come un filmone.

In effetti Shutter Island mi ha fatto venire voglia di fare due cose: reinstallare Silent Hill 2 e rivedere Toro Scatenato. Penso che le farò entrambe.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO ***

venerdì 19 febbraio 2010

Barbarossa

BARBAROSSA – Italia 2009, di Renzo Martinelli con Raz Degan, Rutger Hauer, F. Murray Abraham, Kasia Smutniak, Cecile Cassel


I tagli alla scuola, ai musei, alle biblioteche, sono ormai all’ordine del giorno. Per fortuna, però, possiamo stare tranquilli: i nostri soldi sono ben spesi, per fare un esempio 30 milioni di euro provenienti dalla RAI e da finanziamenti statali vari sono serviti a produrre Barbarossa, un film fortemente voluto da Umberto Bossi, (che infatti appare in un cameo) al confronto del quale persino Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl sembra un’opera morigerata e obiettiva.

A pensarci bene, però, a volte persino dei film dall’intento palesemente propagandistico possono comunque avere un grande valore tecnico e artistico, se si riesce a guardare oltre le ideologie. La già citata Riefenstahl da una parte, e S. Ejzenštejn con La corazzata Potemkin (che in realtà è ben lungi dall’essere una cagata pazzesca) e il meraviglioso Alexander Nevskij dall’altra, ne sono esempi principi.

Barbarossa rientra in questa categoria? Ovviamente no, Renzo Martinelli non è certo Ejzenstein, bensì un povero incapace che non è ancora riuscito a realizzare un film decente, e le pecche squisitamente cinematografiche di Barbarossa sono di gran lunga più gravi e fastidiose della puerile retorica leghista da due soldi (e chissà se i fieri padani si sono resi conto dell’ironia del fatto che per risparmiare il film è stato girato in Romania con comparse rom…).

Il problema di questo ambizioso progetto, infatti, è che quello che voleva diventare – dichiaratamente - una sorta di via nostrana al kolossal epico si riduce ad un patetico scimmiottamento delle più famose pellicole straniere del genere, diventando una specie di Braveheart in salsa lombarda che si trascina per 138 eterni minuti di scene inutili e mal legate tra loro (il montaggio è uno degli aspetti meno riusciti del film) che comunque non riescono mai a convincere. A volte sono i ridicoli effetti speciali o le scenografie raffazzonate, (gli interni sembrano tutti girati in una stalla – sempre la stessa) altre volte i dialoghi risibili messi in bocca ad attori non all’altezza del compito, e fa male al cuore vedere Rutger Hauer e F. Murray Abraham coinvolti in questo scempio; fatto sta che la comicità involontaria fa capolino spesso e volentieri, e l’ignobile doppiaggio non fa altro che peggiorare la situazione. Non c’è praticamente nessun aspetto di Barbarossa che riesce a raggiungere la sufficienza, dalla sceneggiatura sgangherata e priva della benchèminima credibilità storica (e l’elemento magico/mistico inserito a forza è un errore gravissimo) per arrivare alle musiche, che saccheggiano vergognosamente quelle di molti altri film, su tutti Il Gladiatore e Il Signore degli Anelli, che pare anche il principale punto di riferimento di Martinelli dal punto di vista visivo: molte sequenze e inquadrature sono riprese pari pari dai film di Peter Jackson, e il povero Raz Degan tenta disperatamente (e invano) di sembrare Viggo Mortensen.

Purtroppo per gli sventurati spettatori (molto pochi, nonostante si sia tentato di spingere il film in tutti i modi) tutto questo insieme di caratteristiche non riesce a produrre un risultato tale da divertire ma, anche a causa della sua eccessiva lunghezza, riesce solo ad annoiare. Personalmente ho dovuto dividere la visione in 4 sedute per riuscire ad arrivare alla fine. Il mio consiglio per chiunque voglia vederlo comunque è di tener pronto il DVD de Il mestiere delle armi per disintossicarsi da questa miserevole buffonata.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO **

domenica 14 febbraio 2010

Mutant Chronicles

MUTANT CHRONICLES – USA 2008, di Simon Hunter con Thomas Jane, Ron Perlman, Devon Aoki, Benno Furmann, John Malkovich, Anna Walton

Nel 2707 il mondo è governato da quattro megacorporazioni in costante guerra tra loro: una serie di circostanze casuali provoca la rottura di un antico sigillo e la conseguente invasione di mutanti. La terra è devastata, i ricchi e i potenti riescono a pagarsi un biglietto e fuggire sulle colonie extramondo, e chi rimane a terra è destinato a morire…l’unica speranza di salvezza è nelle mani di un monaco curiosamente uguale a Beppe Bigazzi che, guidato da un antico libro, raduna una squadra di mercenari per distruggere la macchina che genera i mutanti…

Nel bel mezzo degli anni 90, agli albori dei giochi di carte collezionabili, uno dei primi prodotti di questo genere fu Mutant Chronicles. Forte di un’ambientazione technofantasy piuttosto interessante, riscosse un buon successo anche nel nostro paese, seguito a ruota dal gioco di ruolo. Questi prodotti hanno poi avuto numerose riedizioni e aggiustamenti vari anche molto recenti, ma questo ci interessa fino a un certo punto, quello che invece mi interessa è che una quindicina d’anni fa ovviamente a questi giochi ci giocavo, di conseguenza quando ho sentito parlare di un film in lavorazione ho subito drizzato le orecchie: in origine sarebbe dovuto uscire al cinema (cosa che mi pareva improbabile), ma poi ha trovato la sua inevitabile dimensione nel circuito direct to video.

Caso strano, qualche anima pia ha pensato di distribuirlo anche nel nostro paese, quindi possiamo comodamente goderci le avventure del leggendario Mitch Hunter e il suo manipolo di eroi.

Bastano poche scene per rendersi conto che una pellicola del genere (pur se nobilitato da una particina di John Malkovich che pare abbia girato le sue scene in due giorni) non poteva certo uscire nelle sale: l’aspetto estetico è patinato-monocromatico in modo da nascondere per quanto possibile l’uso eccessivo del digitale da quattro soldi,cioè esattamente quello che ci si aspetta da un prodotto televisivo, anche se bisogna ammettere che si possono notare un certo gusto e una certa cura nell’allestimento dei set e negli oggetti di scena (eccezion fatta per le armi, ridicole). Gli effetti speciali spaziano dall’abbastanza dignitoso al patetico, e qui va fatta una menzione speciale al sangue digitale, praticamente schizzi di rosso sgargiante - in contrasto con la palette molto cupa delle immagini – disegnati con il pennello di photoshop, una cosa orrenda.

Pollice verso anche per gli effetti sonori, che sembrano sempre stranamente attutiti, spari ed esplosioni detonano con poca convinzione e paiono un tripudio di miccette.

Ma non voglio essere cattivo con questo film, il tutto procede su binari ultracollaudati e per questo ampiamente prevedibili, ma nel complesso si fa guardare fino alla fine, grazie a una certa cattiveria di fondo (cosa difficile da trovare in un film di oggi) e a qualche scena riuscita e divertente. Certo, andare una sera a vedere Avatar e guardarsi Mutant Chronicles il giorno dopo potrebbe causare uno strano effetto alienante, tipo alternare la lettura di Chekov a quella di Moccia: ma penso che un film vada preso nella giusta ottica per essere giudicato. Mutant Chronicles è un B-movie di ambientazione steampunk. In quest’ottica, non è male.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO ***

PS – a recensione terminata, sono venuto a sapere che negli Stati Uniti ha avuto l’onore di un’uscita limited in qualche decina di sale. Non che cambi nulla, ma tanto per sapere…

giovedì 21 gennaio 2010

Avatar

AVATAR – USA 2009, di James Cameron con Sam Worthington, Zoe Saldana, Laz Alonso, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi


Non prendo spesso la decisione di scrivere di un film. Un po’ perché sono terribilmente pigro, ma il motivo principale è che spesso non farei altro che aggiungere una goccia ad un mare di già detto, ed è per questo che ho evitato, per esempio, di parlare di La Croce dalle 7 pietre, rutilante capolavoro da una stellina di cui però è possibile trovare decine di articoli e recensioni in rete, alcuni anche di pregevole fattura.

Dunque, secondo questa logica, Avatar dovrebbe essere l’ultimo argomento che dovrei affrontare, dato che ovviamente ne stanno parlando tutti. Troppi direi, visto il vomitevole mix di incompetenza, snobismo e malafede che caratterizza come sempre i giornalisti nostrani, gente per cui il fatto che Baarìa non abbia vinto i Golden Globes e sia stato escluso dalla short list dei nominabili all’Oscar è una notizia quando sarebbe vero il contrario.

Ad ogni modo, in questo caso voglio dire la mia, perché ritengo che questo sia uno di quei film che segnano la storia, e dopotutto seguo con grande interesse il suo sviluppo da quando è entrato nel vivo della fase produttiva, cioè dal 2007 se non prima.

Credo che sia inutile sprecare troppo spazio per parlare della trama. C’è chi ha accostato Avatar ad altre pellicole come Balla coi Lupi, Pocahontas o L’ultimo Samurai – e non in senso positivo – e devo ammettere che sono paragoni calzanti: sicuramente l’originalità della sceneggiatura non è il punto forte del film, che in effetti è parecchio prevedibile sin dall’inizio. Se si tratta di una ben precisa scelta per attirare quanto più pubblico possibile, facendo addirittura andare al cinema gente che non ci va mai, un po’ come era successo con Titanic (cosa comprensibile e anche necessaria visti gli enormi investimenti in termini sia di tempo che di denaro), è una domanda di cui solo Cameron sa la risposta. La mia opinione è che l’intenzione del regista era quella di trasportare il pubblico in un mondo di sua creazione, ed essendo questo lo scopo, diventava necessario ricorrere ad una storia quanto mai archetipica, cosa questa che ha poi scatenato tutti i falliti del mondo del cinema che si sono affrettati a gridare al plagio. Certo, James Cameron ha copiato Delgo e Aida degli alberi, esattamente come Peter Jackson fece man bassa del capolavoro animato di Ralph Bakshi. Idiozie. Già che ho iniziato parlando degli aspetti negativi, proseguo con la colonna sonora: è orrenda, e James Horner un incapace che non fa altro che ripescare motivi dai suoi (pessimi) lavori precedenti, Danko compreso.

Ecco, i difetti di Avatar sono stati trattati adeguatamente. Quello che resta è sublime, è gioia per gli occhi, è l’essenza stessa di ciò che il cinema dovrebbe essere. Perché quel genio di James Cameron (che conferma in modo inequivocabile di essere il migliore, con buona pace di Spielberg, Lucas. Jackson e compagnia bella) riesce DAVVERO a trasportarci in un mondo fantastico, perché mi ha fatto assistere allo spettacolo di una sala cinematografica piena di giovani, adulti, vecchi e bambini, che si sorbivano un film di tre ore in perfetto silenzio, salvo esprimersi con un corale “ooooooh” nelle scene più belle, e concludere la visione con un applauso (e quando mai capita, in Italia?).

Personalmente non posso fare altro che compatire coloro che, facendo a gara a chi è più anticonformista, cercheranno di criticarlo perché non è Bergmann, magari dopo averlo visto in divx.

Questa volta, io mi uniformo alla massa. Il viaggio sul pianeta Pandora è stato bellissimo, e tornare in una realtà dove Sandro Bondi non solo esiste, ma scrive pure poesie, un po’ triste.

E’ evidente che Avatar sia un film che visto al di fuori di una sala cinematografica in 3D(possibilmente ben attrezzata) possa perdere molto del suo fascino, e che lo stesso si potrà dire quando – tra 2, 5, 10 anni – verrà superato da qualcos’altro. Però, in questo momento, qui e adesso, di capolavoro si tratta, senza dubbio.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO *****

lunedì 18 gennaio 2010

Double bill! [REC] + QUARANTENA


[REC] – Spagna 2007, di Jaume Balagueró e Paco Plaza con Manuela Velasco, Vicente Gil, Ferrán Terraza, Jorge Yamam, Carlos Vicente, Pablo Rosso, David Vert, Jorge Serrano

QUARANTENA – Quarantine – USA 2008, di John Erick Dowdle con Johnathon Schaef, Jennifer Carpenter, Columbus Short, Marin Hinkle, Joey King, Denis O'Hare, Rade Serbedzija

Una delle tante dimostrazioni dell’imbecillità degli americani sta nel fatto che ogni volta che vengono a conoscenza di un film straniero interessante, ne realizzano all’istante un remake casalingo che inevitabilmente risulta molto peggiore dell’originale, mancandone la freschezza e l’ispirazione. Se questa pratica può parzialmente trovare una giustificazione nel caso di pellicole orientali, considerate ostiche per il pubblico a causa di nomi e riferimenti culturali a noi estranei, (per non parlare degli attori, inespressivi e tragicamente tutti uguali tra loro ai nostri occhi) la cosa diventa incomprensibile in altri casi, come questo dello spagnolo [REC].

In effetti, a parte la scritta Bomberos sulle giacche dei vigili del fuoco, non c’è assolutamente nulla nel film iberico – che peraltro è girato completamente in interni – che tradisca la sua origine europea, ma tant’è: Quarantine è stato rapidamente realizzato e dato in pasto al pubblico,e, com’era lecito aspettarsi, non regge il confronto.

L’idea di base non è forse originalissima, ma è sempre efficace: lo spettatore assisterà alla vicenda di una troupe televisiva che, partita insieme ad un gruppo di pompieri per girare un servizio, si ritrova nel bel mezzo di un pericolosissimo e misterioso contagio: chiusi in un condominio dalle autorità, che bloccano tutte le uscite, i protagonisti se la dovranno vedere con gli inquilini ormai infetti, tramutati in una sorta di zombie parecchio irritabili…

La pellicola spagnola sfrutta abilmente il materiale di partenza, e riesce a colpire nel segno in più di un’occasione: lo scenografo ha fatto un lavoro egregio, e la fotografia in finta presa diretta fa il suo dovere. Già, perché tutta la storia viene ripresa dalla telecamera di uno dei personaggi, un po’ come accadeva in The Blair Witch Project per intenderci (anche se la paternità dell’idea è da ascriversi a Ruggero Deodato con il leggendario Cannibal Holocaust).

La prima delle note dolenti che riguardano il remake americano Quarantine è legata proprio a questo: le riprese sono troppo patinate per essere spacciate come autentiche, e gli stessi attori sono troppo belli e pulitini per risultare credibili nei loro ruoli: il tutto suona falso dalla prima all’ultima scena. Procedendo con la visione, l’inutilità di questo film si fa palese: in pratica l’originale viene rifatto parola per parola, inquadratura per inquadratura, ed esce dal confronto sconfitto su tutti i fronti. Ad aumentare la nostra perplessità nei confronti dell’operazione, c’è il fatto che gli autori statunitensi hanno lasciato i nomi spagnoli dei personaggi. A che pro?

Sia [REC] che Quarantine hanno ottenuto un discreto successo all’uscita nelle sale e probabilmente, visto da solo, il secondo non sarebbe neanche un horror disprezzabile. Ma, dato che si tratta in pratica dello stesso film, non vedo il motivo di perdere tempo con Quarantine visto che l’originale si conferma per l’ennesima volta migliore della copia.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO

[REC] ****

QUARANTINE **

lunedì 30 novembre 2009

L'esorcismo di Emily Rose


L'ESORCISMO DI EMILY ROSE - The exorcism of Emily Rose - USA 2005, di Scott Derrickson con Tom Wilkinson, Laura Linney, Jennifer Carpenter, Joshua Close

Nel 1970 due preti cattolici furono processati in Germania per aver causato la morte della giovane Annaliese Michel nel corso di un esorcismo. Questo film racconta la storia di quel processo, ovviamente trasportato in America e con i dovuti aggiustamenti alla vicenda, soffermandosi a lungo sulla possessione demoniaca della sfortunata ragazza attraverso numerosi flashback. Possiamo quindi vederla parlare lingue sconosciute, sfoggiare una forza sovrumana e mettere in pratica il manuale del perfetto indemoniato, in una serie di scene piuttosto banali che non aggiungono nulla a quanto non si sia già visto in decine di altre pellicole, e non riescono assolutamente a raggiungere lo scopo per cui presumibilmente sono state girate, ovvero spaventare. In effetti, stupisce leggere di come ci sia chi è rimasto sconvolto da questo film, che di horror ha ben poco. Credo che in questo giochi un ruolo fondamentale il fatto che tutto ci venga presentato come una storia vera, cosa che può aver impressionato il pubblico meno smaliziato: basta infatti una rapida ricerca per scoprire che il libro su cui si basa il film - che di per sè è quasi tutto inventato - è opera di una parte in causa, fonte molto poco oggettiva; quindi ecco l'avvocatessa interpretata da Laura Linney diventare quasi una santa, lei stessa in lotta contro le forze del male nonchè contro un pubblico ministero particolarmente sgradevole nel suo deprecabile tentativo di evitare che un'aula di tribunale si copra di ridicolo accettando testimonianze e indizi basati su questioni di fede personale quando non su vere e proprie superstizioni. Se il film in qualche modo riesce a galleggiare per gran parte della sua durata in una specie di equidistanza tra le due possibilità, nel finale ci viene propinato un tripudio di propaganda per cui viene il sospetto che parte del nostro otto per mille sia finito a finanziare questo film: in un delirio di spaventosi clichè, il processo si conclude con una sentenza completamente folle (e diversa da quella che fu emessa in realtà) che il giudice si inventa sui due piedi: almeno Santi Licheri si concede il tempo di uno stacco pubblicitario prima di decidere la sorte di un condomino poco incline al rifacimento del lastrico solare.
Abbiamo giusto il tempo di ammirare il carattere della protagonista, che rifiuta la promozione a cui tanto aspirava, prima che il sipario cali su questa fiera del luogo comune liberando gli spettatori non da presenze diaboliche, ma da qualcosa di molto più reale e sgradevole: la noia.
IL GIUDIZIO DEL CRITICO**

lunedì 26 ottobre 2009

2035: The Mind Jumper

2035: THE MIND JUMPER - USA/Bulgaria 2007, di Terence H. Winkless con Maxwell Caulfield, Alexis Thorpe, Todd Jensen, Stefan Ivanov, Mike McCoy

A una persona che decide di far iniziare il proprio film con la scritta NIGHTMARE CITY - 2035 facendola seguire da una panoramica della città tipo blade runner (ovviamente però la città è fatta malissimo), io non posso che fare tanto di cappello.
Sì, perchè se tu, regista, pensi che un incipit del genere possa essere in qualche modo a effetto, e non predisponga invece il pubblico a ridere ancora di più di te e di quella miserabile pagliacciata che è il tuo film, allora significa che sei un po' fuori dal tempo, che forse ci credevi, in quello che facevi; in questo caso non posso non volerti un po' di bene.
Ora, giusto per darvi un po' di coordinate per capire di cosa si tratta, siamo a metà tra Matrix e Essi Vivono: nel futuro, il governo ha impiantato dei chip nelle teste delle persone che gli fanno vedere la città tutta bella e luccicante mentre è tutta diroccata e si mangiano i panini coi vermi senza saperlo. (una delle scene più belle del film: il panino sembra disgustoso anche nella versione "col chip" cioè senza vermi) Ovviamente dei coraggiosi ribelli capitanati da una tizia che è stata il primo esperimento della suddetta tecnologia ed è perciò praticamente onnipotente, riescono a portare dalla loro parte un poliziotto, il Bruce Willis dei poveracci, e danno l'assalto al regime crudele e oppressivo.
Le armi del futuro sono micidiali: le pistole sono uguali a quelle di adesso, solo che sparano dei raggi che fanno molto meno danno dei proiettili, ma mantengono il gusto retrò del suono dell'otturatore che sbatte a vuoto quando si scaricano. Le automobili - quando non sono delle Skoda vecchie già oggi - sono talmente avanzate che cambiano forma da un'inquadratura all'altra e restano illuminate nello stesso modo anche quando passano sotto l'ombra (qualcuno mi ha suggerito che sia la CG scadente a causare questo effetto, ma sono persone aride e senza fantasia). E così, tra botte e sparatorie, si giunge ad un incredibile finale con tanto di folla oceanica composta da una ventina di comparse platealmente moltiplicate al computer, ma credo sia un effetto voluto per intendere che sono uguali perchè la società le ha rese così, e poi da circa metà film in poi una curiosa patina gialla comincia ad avvolgere tutte le inquadrature, e...
Vabbè, insomma, avete capito. E' ovvio che la sceneggiatura non ci prova neanche a cercare di salvare il salvabile, dato che sembra scritta da un ragazzino di 12 anni.
In effetti, tutto il film sembra realizzato da un bambino di 12 anni, che quando deve inventarsi il nome del tizio che appare sui maxischermi a fare lo spot del microchip (che però è obbligatorio) non riesce a trovare di meglio che chiamarlo signor Speaker. Il tutto con la differenza che quando il dodicenne cresce in genere i suoi puerili tentativi di scrivere un libro o disegnare un fumetto preferisce tenerli in un cassetto, e ogni tanto riguardarli provando una dolce nostalgia per l'innocenza perduta...Pare che invece qualcuno abbia il coraggio di considerarli ancora validi e farci sopra un film. Tanto meglio per lui, e per noi che ci possiamo divertire alle sue spalle.
IL GIUDIZIO DEL CRITICO *

PS - Questo capolavoro si trova facilmente in italiano, malgrado ciò questa è la prima e unica recensione che troverete sulla rete, fatta eccezione per alcuni deliri che ho trovato su blog di complottisti fanatici che credono che il film riveli grandi verità. Mi scuso inoltre per la locandina tagliata, ma è l'unica immagine che ho trovato con una risoluzione accettabile...

martedì 20 ottobre 2009

Orphan

ORPHAN – USA/Canada 2009, di Jaume Collet-Serra con Vera Farmiga, Peter Sarsgaard, Isabelle Fuhrman, CCH Pounder


Io certe cose non le capisco.

Figuratevi la situazione. Voi e vostra moglie siete estremamente benestanti, casa vostra sembra progettata da Frank Lloyd Wright; avete due figli di cui una quasi completamente sorda dalla nascita. Vostra moglie, che ha un passato da alcolista e stava per far affogare la bambina sorda nel laghetto perché ubriaca, ha perso la terza figlia in circostanze drammatiche, e ora non può più avere bambini. Dopo anni di terapia, sembra che il trauma si avvii ad essere superato, nonostante la drammatica incompetenza della sua psicanalista.

Con queste premesse, perché, PERCHE’ in nome del cielo vorreste rovinarvi la vita adottando un’altra bambina, per di più già grandicella? Vi meritereste di portarvi a casa una creatura demoniaca e con tendenze omicide o, ancora peggio, una emo che vi riempie la casa di poster dei Tokyo Hotel. Fortunatamente in questo film si tratta del primo caso, altrimenti non so se sarei riuscito a reggerne la visione.

Come nella miglior tradizione dei bambini diabolici, la protagonista di Orphan, Esther, sembra una ragazzina perfetta: educata, intelligente e premurosa, almeno finchè non comincia a spingere gente sotto le macchine o spaccare la testa delle suore con una piccozza. Ovviamente l’unica persona a rendersi conto di tutto questo è la madre, che, ancor più ovviamente dati i suoi trascorsi, verrà fatta passare per una povera pazza, mentre il padre riuscirà a non capire nulla per tutto il film… Il che è particolarmente grave, perché lo spettatore invece ha già capito tutto da un pezzo. La magagna principale di Orphan, infatti, prodotto altrimenti di una certa qualità, è la sua eccessiva prevedibilità. Si capisce facilmente dove la vicenda vuole andare a parare, e le due scene madri del film sono telefonatissime da almeno un’ora prima che avvengano.

Peccato, perché la tensione che bene o male si viene a creare per tutta la prima metà del film non trova una conclusione all’altezza. Quello che rimane è comunque adatto a una serata senza impegno.

IL GIUDIZIO DEL CRITICO***



martedì 29 settembre 2009

JCVD


JCVD - Francia/Belgio/Lussemburgo 2008, di Mabrouk El Mechri con Jean-Claude Van Damme, François Damiens, Zinedine Soualem, Karim Belkhadra, Jean-François Wolff

Nell'ufficio postale di una cittadina vicino a Bruxelles è in corso una rapina. Un fatto di cronaca che difficilmente meriterebbe la ribalta internazionale, se non fosse che il malvivente che tiene in ostaggio clienti e dipendenti non è altri che Jean-Claude Van Damme, e ovviamente i media si scatenano, orde di fan si presentano davanti al luogo del delitto, e il povero commissario Bruges, assillato dal comandante della squadra speciale che vorrebbe fare irruzione, non sa che pesci pigliare. Ma tutto non è come sembra, Van Damme in realtà non c'entra nulla ed è lui stesso un ostaggio degli scalcinati criminali...
Ecco un perfetto esempio di film che merita due giudizi separati. Perchè, al di là dell'effettivo valore del prodotto (che non è affatto basso, peraltro), chi di noi, ragazzi degli anni 80, non è cresciuto a pane e Van Damme? Certo, crescendo abbiamo capito che è un imbecille, e che come artista marziale non valeva niente, ma come scordarsi Senza esclusione di colpi visto di pomeriggio con gli amici delle medie, o il piacere di pronunciare la mitica frase "sanguini come may-lee", magari dopo aver sconfitto un compagno a Sensible Soccer?
Insomma, qui si entra nel magico mondo dei ricordi, cosa molto pericolosa per chi dovrebbe giudicare un film in modo oggettivo, quindi torniamo sul film, che è senza dubbio piacevole. La vicenda narrata è estremamente semplice e lineare, ma la struttura narrativa non cronologica la rende interessante e coivolgente, e il ritmo si mantiene sempre buono. Incredibile a dirsi, lo spettatore comincia veramente a immedesimarsi e tifare per l'attore belga, vittima degli eventi del suo personale pomeriggio di un giorno da cani, reduce dalla causa per l'affidamento della figlia, costretto a inanellare un flop dietro l'altro per racimolare un po' di contante, prigioniero di un successo che non c'è più. Un'operazione del genere rischia di risultare patetica, ma quando Van Damme comincia a guardare in camera e parla direttamente al suo pubblico con il cuore in mano in un monologo-confessione di sei minuti (riuscendo anche a recitare in modo assolutamente dignitoso), ci rendiamo conto che il gioco metacinematografico è riuscito, e che il mr muscolo di Bruxelles merita i nostri applausi.
Ovviamente il merito della riuscita dell'operazione (il film, presentato al festival di Roma, ha avuto un ottimo successo di critica) non è solo del suo protagonista, ma anche del regista e sceneggiatore Mabrouk El Mechri, che sfrutta abilmente il materiale a disposizione proponendoci un riuscito mix di commedia, suspance e un pizzico di dramma, in particolar modo nel finale dolceamaro. Adeguato il largo uso, quasi documentaristico, della telecamera a spalla, peccato per la scelta di una fotografia praticamente monocromatica, decisamente eccessiva. Ma sono piccolezze; quello che rimane è un film riuscito, e tanto basta.
Doppio giudizio, dicevo: che non sa chi sia Jean-Claude Van Damme, o lo sa ma non gli interessa (che persone tristi), tolga pure una stellina dal mio giudizio. Per quanto mi riguarda, questo è il film che mi ha riconciliato con un vecchio amico.
Nat-su-kao!
IL GIUDIZIO DEL CRITICO ****

lunedì 31 agosto 2009

Diary of the Dead

DIARY OF THE DEAD - USA 2008, di George A. Romero con Michelle Morgan, Joshua Close, Shawn Roberts, Amy Lalonde, Joe Dinicol

C'è chi sostiene che George Romero ha in pratica azzeccato i suoi primi splendidi zombie movies per caso, e poi è vissuto di rendita realizzando film che vanno dal passabile al brutto con l'andare degli anni.
C'è chi sostiene che il ritorno agli zombie avvenuto nel 2005 con Land of the Dead faccia schifo, un film che fallisce sia dal lato action/horror, che da quello del messaggio politico-sociale, da sempre marchio di fabbrica del cineasta di Pittsburgh: troppo urlato, banale.
Inevitabilmente lo stesso genere di critiche si è abbattuto anche su quest'ultimo episodio della saga dei morti viventi; ormai il cinema di genere si è evoluto, gli zombie corrono come centometristi, metafore troppo facili, Danny Boyle di qua, Zack Snyder di là, eccetera.
Ma neanche per idea. D'accordo, 28 giorni dopo è un gran bel film, ma non scherziamo con il maestro. Land of the Dead è secondo me un film godibilissimo, piacevolmente old fashioned, con uno stile un po' alla Carpenter, che nonostante i suoi difetti (ne ha, senz'altro) fa egregiamente il suo lavoro e diverte.
Questo Diary significa una sorta di ritorno alle origini: Romero ha dovuto arrabattarsi e fare un film a basso costo, in digitale, con attori sconosciuti (e per ottime ragioni: diciamo che il cast non è proprio l'aspetto migliore della produzione), ma grazie a questi motivi, è un film onesto.
Si vede che George questa volta non era legato a major e produttori assillanti, e il risultato è molto buono. L'aspetto da mockumentary è sicuramente un'idea non nuova, ma l'argomento viene trattato attraverso le lenti degli occhialoni del regista, in modo personale. La sua visione è lì, sullo schermo, adattata alle nuove tecnologie, ma in realtà la stessa da quarant'anni, e il messaggio non può che adattarvisi nella forma. Il dito accusatore di Romero viene puntato contro i media e le loro responsabilità nell'occultamento della verità: (e noi italiani ne sappiamo qualcosa ultimamente...) esemplare il cameo del regista nei panni del capo della polizia, intento ad insabbiare gli eventi...
Non siamo di fronte, ahimè, ad un capolavoro: il film è imperfetto, il finale è affrettato e in alcuni passaggi gira un po' a vuoto: ma qua e là fanno capolino scene degne del loro artefice, e chi ha visto il film non potrà non ricordarsi per sempre Samuel, l'Amish sordomuto, protagonista di un paio di sequesnze memorabili. Per quanto mi riguarda, sono cose che valgono cento volte la valanga di film sugli zombie che stanno uscendo negli ultimi anni, tutti uguali, tutti dimenticabili (con qualche eccezione, naturalmente).
Per quanto mi riguarda, Diary of the Dead è un'opera nel complesso validissima, e chi dice che Romero ha fatto la fine di Dario Argento non capisce niente di cinema.
IL GIUDIZIO DEL CRITICO ****
PS - Dato che nessuno si è degnato di distribuire il film in Italia, la versione visionata è in inglese con sottotitoli. Il che è molto meglio, data la natura da finta presa diretta del film, che sarebbe stato senz'altro rovinato dal doppiaggio.